100 Sedie Rosse: accogliere le donne nello spazio pubblico
Dalla teoria alla pratica: urbanistica femminista e placemaking
La progettazione non è mai neutra
Ogni volta che disegniamo una piazza, tracciamo una strada o posizioniamo una panchina, stiamo prendendo decisioni che riflettono precisi valori culturali e paradigmi sociali. Per questo, la progettazione urbana non è mai neutra: esprime visioni del mondo, modelli di vita, concezioni di sicurezza e relazioni di potere.
Per decenni, le nostre città sono state pensate secondo logiche che privilegiavano determinate categorie di utenti - prevalentemente uomini, adulti, pendolari automuniti - mentre altre venivano sistematicamente ignorate o marginalizzate.
Il paradigma razionalista e i suoi limiti
Il moderno movimento urbanistico, dal funzionalismo lecorbusiano alla zonizzazione rigida della Carta d’Atene, ha costruito le proprie teorie su un presupposto mai dichiarato: l’esistenza di un “utente universale“ astratto che in realtà corrispondeva ad una figura molto specifica. L’utente universale è stato, storicamente, il lavoratore maschio, adulto, sano e con mobilità autonoma e le parti di città moderne sono state disegnate attorno ai suoi bisogni:
Zonizzazione rigida: separazione netta tra aree residenziali, lavorative e ricreative.
Mobilità lineare: percorsi brevi e diretti tra casa e lavoro (il “pendolarismo classico” con tragitti di sola andata e ritorno).
Priorità al trasporto privato veicolare: strade larghe e parcheggi, a discapito di marciapiedi e mobilità ciclabile.
Questa logica ignora sistematicamente le esigenze di coloro che non rientrano in questo modello (donne, bambini, anziani, persone con disabilità), in particolare coloro che svolgono il lavoro di cura che al contrario percorrono itinerari frammentati, secondo orari non convenzionali con la necessità di servizi vicini e che vivono lo spazio pubblico come luogo di relazione e non solo di transito.
Questa esclusione era dunque tutt’altro che casuale: nasceva dalla distanza tra gli uomini che progettavano le città e le donne che le abitavano ogni giorno, spesso confinate in ruoli considerati “secondari”, legati al lavoro di cura e alla dimensione riproduttiva.
Le radici dell’urbanistica femminista
L’urbanistica femminista nasce negli anni ‘60-’70 come epistemologia critica che smonta questo presunto universalismo. Jane Jacobs con “The Death and Life of Great American Cities” (1961) apre la strada, ma è a partire dagli anni ‘80 che emerge un movimento più organico:
Dolores Hayden con The Grand Domestic Revolution (1981) documenta i progetti di housing cooperativo ideati da donne nel XIX e XX secolo per socializzare il lavoro domestico — comunità residenziali con cucine collettive, lavanderie condivise e spazi per la cura comune dei bambini. Hayden dimostra come l’architettura possa liberare tempo e ridistribuire il lavoro riproduttivo, formalizzando poi queste critiche e proposte in opere chiave come Redesigning the American Dream (1984).
Nel Regno Unito Jane Darke con “The Cities of Patriarchy” (1984) analizza come le politiche urbane creino barriere sistematiche per le donne: dimostra che le scelte di pianificazione privilegiano la mobilità maschile casa-lavoro in auto ignorando i percorsi pedonali sicuri, l’illuminazione adeguata e i trasporti pubblici efficienti necessari per i percorsi articolati necessari al lavoro di cura.
In Italia, Sandra Bonfiglioli, al Politecnico di Milano, sviluppa il concetto dei “Tempi della città” (1990): formalizza la nozione di “doppia presenza” per le donne, che affrontano contemporaneamente due orari di lavoro, quello del mercato e quello della famiglia, e dimostra che la pianificazione urbana deve coordinare i tempi della città – orari dei servizi, negozi e trasporti. A questo scopo, elabora il “piano regolatore degli orari urbani”, una proposta volta a rendere gli orari dei servizi compatibili con i tempi di vita delle persone e ridurre il carico temporale e la “fretta” imposta alle donne.
I principi fondamentali
L’urbanistica ispirata a principi rispettosi della figura femminile si basa su alcuni principi rivoluzionari:
Diversità degli utenti: riconosce che le città sono abitate da persone diverse - donne, bambini, anziani, persone con disabilità - ognuna con esigenze specifiche.
Sicurezza diffusa: promuove il concetto che uno spazio frequentato è uno spazio sicuro, privilegiando la vitalità urbana rispetto al controllo.
Multifunzionalità: favorisce spazi che possano accogliere diverse attività simultaneamente rispondendo alla complessità della vita quotidiana.
Accessibilità universale: progetta per tutti, considerando le diverse capacità fisiche ed economiche.
Dal movimento alle pratiche: gli anni ‘80 e ‘90
Negli anni ‘80, architette e urbaniste come Dolores Hayden e Leslie Kanes Weisman iniziano a sviluppare tool e linee guida per un design che smantelli le discriminazioni intrinseche nello spazio. Weisman, in particolare, attraverso il suo libro Discrimination by Design (1992), ha analizzato come le tipologie edilizie e le gerarchie spaziali rinforzino i ruoli di genere, proponendo l’idea di alloggi flessibili capaci di adattarsi alla composizione variabile dei nuclei familiari (ad esempio, progetti di housing cooperativo pensati per madri single o la creazione di cluster abitativi che integrano servizi di cura collettiva).
Parallelamente, la sicurezza urbana diventa un campo d’azione prioritario. Nascono progetti che migliorano l’illuminazione pubblica in aree percepite come pericolose e promuovono la riprogettazione di sottopassi e percorsi pedonali per tenere conto dei movimenti quotidiani delle donne, che spesso avvengono in orari differenti e in contesti più vulnerabili.
A Vienna la sperimentazione si istituzionalizza: la città diventa un laboratorio con il primo progetto di Gender Mainstreaming in Urban Planning, cioè l’integrazione della prospettiva di genere nella pianificazione urbana pubblica. Il Gender Mainstreaming viennese si concentra sul miglioramento dell’illuminazione pubblica, sulla progettazione dei marciapiedi (con inclinazioni studiate per facilitare passeggini e carrozzine) e sull’ottimizzazione della rete di trasporto pubblico, rispondendo alle esigenze specifiche delle donne. Il risultato straordinario è un evidente miglioramento generale della qualità della vita urbana, percepibile da tutta la cittadinanza.
100 Sedie Rosse: placemaking per l’empowerment femminile
A Milano, il progetto 100 Sedie Rosse, ideato durante il lockdown per l’area verde di Cascina Merlata SpazioVivo, rappresenta un esempio contemporaneo di come questi principi possano tradursi in azioni concrete di placemaking.
Perché le sedie rosse?
Il colore rosso è il colore internazionale della lotta contro la violenza sulle donne, ma diventa qui simbolo di visibilità, libertà di movimento e accoglienza. Le sedie libere nello spazio creano micro-geografie dell’incontro, spazi dove chiunque può sostare, socializzare, appropriarsi temporaneamente dell’area pubblica.
Appropriazione libera: chiunque può spostare le sedie, creare configurazioni diverse, adattare lo spazio alle proprie esigenze del momento.
Attivazione sociale: le sedie diventano catalizzatori di socialità spontanea, e favoriscono l’incontro tra persone diverse.
Spazio più vissuto, spazio più sicuro. Seguendo il principio di Jane Jacobs, la presenza di persone crea sicurezza naturale, specialmente per le donne.
Oltre al valore simbolico e all’uso spontaneo, le sedie fungono da vero e proprio palinsesto attivo, diventando la cornice fisica per ospitare incontri, workshop e iniziative dedicate alla riflessione sui diritti di genere, trasformando l’installazione in un catalizzatore sociale e programmatico. Il palinsesto fino ad oggi ha celebrato ricorrenze significative, come il 3 giugno per il movimento Ni Una Menos, e ha attivato percorsi di empowerment dedicati alla scoperta dei propri talenti e all’educazione finanziaria. Proseguirà inoltre con la presentazione di mostre e libri che riportano alla luce figure femminili nascoste da logiche patriarcali, e ha sostenuto e promosso progetto fotografico del Donne e Motori del Museo Cozzi.
Questo intervento dimostra come l’integrazione della sensibilità femminile nella progettazione dello spazio pubblico non solo ne aumenti l’accoglienza, ma possa anche offrire alternative al consumo obbligatorio (ad esempio, alla proliferazione dei dehor) per l’uso dello spazio pubblico, creare momenti di riflessione sociale attraverso l’esperienza diretta e l’attivazione con incontri e iniziative, e infine, integrare arte, funzione sociale e sensibilizzazione in un unico intervento di placemaking.
Verso una città accogliente
L’urbanistica femminista ci insegna che progettare per le categorie più vulnerabili significa progettare meglio per tutti. Una città sicura per le donne è più sicura per chiunque. Uno spazio accessibile ai bambini è più vivibile per tutti.
Oggi l’approccio contemporaneo alla progettazione urbana si esprime attraverso il placemaking, che incorpora l’urbanistica femminista e si apre alla prospettiva dell’intersezionalità, un concetto introdotto nel 1989 dalla giurista e attivista americana Kimberlé Crenshaw. L’intersezionalità descrive come diverse identità sociali – genere, razza, classe, orientamento sessuale e altre – si intreccino, generando esperienze di discriminazione, oppressione o privilegio che non possono essere comprese considerando un solo fattore isolatamente. In altre parole, chi progetta la città ormai è invitato ad osservare le persone nella loro complessità, per riconoscere che le difficoltà e opportunità nella vita urbana dipendono dall’intreccio di molteplici dimensioni sociali.
Progettare in modo intersezionale significa abbandonare definitivamente l’idea dell’utente universale - quel maschio adulto sano e in automobile che ha dominato l’immaginario della pianificazione moderna - per abbracciare la complessità reale delle vite urbane. Significa riconoscere che i corpi sono diversi, le traiettorie di vita sono molteplici, le esigenze quotidiane variano enormemente.
Il futuro delle nostre città passa attraverso questa consapevolezza: che ogni scelta progettuale è un atto politico, e che abbiamo la responsabilità di rendere i nostri spazi urbani strumenti di cambiamento sociale.
Per visitare l’installazione: Cascina Merlata SpazioVivo, via Pier Paolo Pasolini 3, Community center di UpTown a Milano
Da sinistra, Diana De Marchi, consigliera comunale a Milano, Elisabetta Cozzi, presidente del Museo Fratelli Cozzi, e poi… ci sono io, Valeria Lorenzelli!




